
I MERCATI OBBLIGAZIONARI
Anche nel corso del mese di gennaio i movimenti dei mercati obbligazionari sono stati molto modesti, con rendimenti sostanzialmente fermi sui livelli di fine dicembre: quello del decennale americano è salito leggermente al 4,25% (grafico in basso), mentre i rendimenti dei BTP e dei Bund decennali sono rimasti pressoché invariati, rispettivamente al 3,46% e al 2,86%.

Gli investitori non si attendono movimenti dei tassi a breve nei prossimi mesi né in Europa né negli Stati Uniti, e i dati sui prezzi al consumo non mostrano un trend definito in una direzione o nell’altra.
Nel corso del mese è stato pubblicato il dato dei prezzi PCE, l’indicatore seguito dalla banca centrale americana, relativo al mese di novembre: l’aumento tendenziale del 2,8% si colloca sui livelli di fine 2024 (grafico in basso).

Negli ultimi dodici mesi si è invece lievemente ridotto il tasso di inflazione nell’Area Euro, stimato all’1,9% in dicembre contro il 2,4% dell’anno precedente (grafico in basso).

Le aspettative per i prossimi mesi sono neutrali per i rendimenti a lungo termine, poiché non emergono elementi tali da far prevedere una riduzione o un’accelerazione delle pressioni inflazionistiche.
Le politiche monetarie e fiscali restano complessivamente molto accomodanti, sostenendo la congiuntura globale. Tuttavia, negli ultimi mesi sono aumentate le entrate generate dai dazi americani, che di fatto rappresentano un’imposizione fiscale sui consumatori statunitensi.
L’unica nota stonata è rappresentata dalla marcata riduzione della capacità dell’economia americana di creare nuovi posti di lavoro. Se a ciò si aggiunge il fatto che la crescita negli USA non sta avendo un impatto positivo sui redditi reali dei consumatori medi, si può concludere che i principali rischi per i prossimi mesi riguardino un possibile rallentamento della congiuntura americana e globale. Al momento, quindi, i mercati obbligazionari non presentano particolari rischi sulle scadenze a lungo termine; in un’ottica di lungo periodo, tuttavia, non va trascurato il rischio legato al debito pubblico statunitense, sempre più difficile da finanziare. Nel primo trimestre dell’anno fiscale 2026 la spesa per interessi, pari a 270 miliardi di dollari, ha superato quella per la difesa, diventando la seconda voce di spesa del bilancio federale.
Un ulteriore fattore potenzialmente negativo per i mercati obbligazionari è il continuo aumento dei rendimenti a lungo termine giapponesi: il rendimento del titolo trentennale ha toccato a gennaio un nuovo massimo storico, raggiungendo il 3,63%.
I MERCATI AZIONARI
Il 2026 si è aperto con un leggero rialzo degli indici azionari americani e con un nuovo massimo storico per l’indice S&P 500 (grafico in basso), che continua a mantenersi al di sopra dei primi importanti livelli di supporto. Le minacce di nuovi dazi da parte di Trump hanno marginalmente aumentato la volatilità dei mercati a metà mese, ma l’impatto è stato temporaneo e rapidamente riassorbito.

I principali titoli tecnologici americani sono rimasti vicini ai livelli di fine anno e il titolo a maggiore capitalizzazione, NVIDIA, si è mosso solo marginalmente rispetto alla chiusura di fine anno, attestandosi intorno ai 186 dollari.
Da segnalare l’ottima performance dell’indice Russell 2000, che raccoglie i titoli americani a minore capitalizzazione (grafico in basso), in rialzo del 6% nel corso del mese.

Questo indice merita particolare attenzione poiché, storicamente, ha anticipato di uno o due mesi le inversioni di trend degli indici maggiori. Il livello di supporto da monitorare è posto a quota 2.480 punti.
Nel corso di questa settimana è entrata nel vivo la stagione delle trimestrali ed è lecito attendersi un aumento della volatilità dei mercati. Ieri sono uscite le trimestrali di Meta a Microsoft con un +8% della prima e un -7% della seconda, e oggi tocca alla Apple.
Per quanto riguarda i mercati europei, il mese di gennaio è stato nel complesso neutrale, con i principali indici poco mossi. È interessante notare come, a partire dal 2020, la performance del mercato italiano sia stata in linea con quella del mercato tedesco, dopo anni di maggiore debolezza (grafico in basso con il FTSE MIB in rosso).

Cosa attendersi dai mercati azionari nei prossimi mesi?
La maggior parte degli intermediari mantiene una visione positiva per l’anno in corso, indicando la crescita degli utili come principale fattore in grado di sostenere la prosecuzione del trend rialzista.
Esistono tuttavia diversi fattori che suggeriscono prudenza, tutti riconducibili al contesto statunitense. Il principale è rappresentato dal livello molto elevato raggiunto dalle valutazioni, soprattutto negli Stati Uniti. Il grafico sottostante, elaborato da Robert Prechter di Elliott Wave International, mostra come la valutazione dell’indice S&P 500, sia in termini di dividend yield sia di rapporto prezzo/patrimonio netto, abbia raggiunto livelli storicamente estremi; anche il rapporto tra capitalizzazione di mercato e PIL si colloca su valori molto elevati.

Ciò non implica necessariamente che Wall Street non possa continuare a salire, ma segnala che i rischi sono aumentati in modo significativo. Rimangono comunque ben identificabili i livelli di supporto che gli indici dovrebbero violare al ribasso per segnalare la fine del trend rialzista avviato nel marzo 2009.
Un secondo rischio, spesso sottovalutato dagli investitori, riguarda la salute del sistema finanziario americano, alle prese con livelli record di default su carte di credito, prestiti auto e mutui commerciali. Le banche risultano inoltre fortemente esposte al private debt e agli intermediari non bancari, mentre gli organi di vigilanza, anziché rafforzare i requisiti patrimoniali, stanno progressivamente allentandoli.
Anche in questo caso esistono indicatori in grado di segnalare un aumento del rischio di una nuova crisi finanziaria: il principale è rappresentato dal titolo JPMorgan, considerato un benchmark per il settore. Nelle ultime settimane il titolo ha perso terreno, avvicinandosi a un primo importante livello di supporto in area 291 dollari: una discesa al di sotto di tale soglia rappresenterebbe un primo campanello d’allarme da non sottovalutare (grafico in basso).
