JPMorgan AM: Lo shock energetico mette alla prova la narrativa sulla disinflazione

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L’escalation delle operazioni militari in Medio Oriente ha riportato in primo piano il rischio di interruzioni nell’approvvigionamento energetico. Nel Bond Bulletin di questa settimana, esaminiamo la reazione dei mercati energetici e obbligazionari e i fattori che potrebbero influenzare i prezzi in futuro. 

 

FONDAAMENTALI


Sulla scia delle crescenti tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran, è scoppiato un grave conflitto in Medio Oriente. L’effetto più immediato che ha colpito i mercati è stato un aumento dei prezzi dell’energia. Al 5 marzo 2026, il Brent è salito a 80 Dollari al barile, rispetto ai 70 Dollari della settimana precedente, mentre i prezzi del gas naturale in Europa e nel Regno Unito sono aumentati di oltre il 50% dal 27 febbraio 2026. Nei mercati dei tassi, i titoli sovrani del Medio Oriente hanno registrato un allargamento degli spread di 5-30 punti base (pb). In generale i Mercati Sviluppati hanno registrato un aumento della parte a breve delle curve dovuto all’aumento dei prezzi dell’energia e alle possibili ripercussioni sull'inflazione. L'incertezza che continua a caratterizzare i mercati rischia di spingere le Banche Centrali a sospendere la riduzione dei tassi per un periodo più prolungato, ipotesi che ha indotto i mercati a correggere i tassi a breve termine. Gli spread dei titoli governativi dei Mercati Sviluppati, come Italia, Spagna, Francia e Regno Unito, si sono ampliati, così come i differenziali di rendimento delle obbligazioni societarie investment grade e high yield, seppur con variazioni più contenute. Finora, la reazione dei mercati indica che gli operatori stanno scontando un conflitto relativamente circoscritto. Permangono, tuttavia, rischi significativi, tra cui la sospensione dei traffici nello Stretto di Hormuz dove transita il 20% del petrolio globale, prezzi elevati e prolungati di petrolio e gas, ma anche una potenziale stagflazione qualora agli shock delle materie prime si associno effetti negativi sulla domanda. Due variabili guideranno quindi la narrativa macro e di mercato nel breve termine: la durata del conflitto e la durata (o la portata) della chiusura, parziale o totale, dello Stretto di Hormuz. Un conflitto limitato che consente al traffico di petrolio e gas di proseguire senza grossi problemi potrebbe produrre uno shock inflazionistico temporaneo su cui le autorità possono sorvolare. Un’interruzione prolungata del transito di petrolio e gas naturale liquefatto aumenta la probabilità che lo shock sui prezzi dell’energia persista abbastanza a lungo da influenzare i dati sull’inflazione, rendendo più complesso il percorso disinflazionistico su cui le banche centrali hanno fatto affidamento.

 

 

VALUTAZIONI QUANTITATIVE

La prima ondata di vendite non ha creato un punto di ingresso particolarmente interessante per aumentare il rischio. Gli spread societari, pur essendosi ampliati, continuano a essere relativamente modesti rispetto ai livelli post-pandemici, mentre il bilanciamento dei rischi propende maggiormente verso un premio per il rischio di inflazione più elevato, anziché verso un imminente deterioramento dei fondamentali. I rendimenti dei tassi potrebbero calare ulteriormente se i break-even continuassero ad ampliarsi. Inoltre, le pressioni di un appiattimento ribassista potrebbero persistere se il conflitto dovesse durare più del previsto. In questo contesto, potrebbe essere prematuro aumentare in modo aggressivo la duration o incrementare l’esposizione al beta creditizio.

 

FATTORI TECNICI

Le posizioni affollate, in particolare quelle basate su un irripidimento della curva e sovrappesi nel Regno Unito, sono state chiuse all’inizio della settimana per i rischi di inflazione, lasciando un posizionamento più pulito e riducendo la volatilità sui mercati. Finora, gli investitori sono rimasti sostanzialmente cauti, poiché permane incertezza sull’evoluzione del conflitto. La liquidità nei mercati obbligazionari è migliorata rispetto alla contrazione iniziale, ma resta inferiore ai livelli normali, limitando così la propensione al rischio.

 

COSA SIGNIFICA PER GLI INVESTITORI OBBLIGAZIONARI?

Sebbene il mercato sconti come scenario di base una progressiva normalizzazione del conflitto, i rischi a breve termine, soprattutto per i mercati dell’energia e il percorso dell’inflazione, hanno provocato un aumento della volatilità. La strada del negoziato rimane incerta e una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz rischierebbe di spingere ancor più al rialzo i prezzi di petrolio e gas naturale liquefatto, provocando un ulteriore aumento dei tassi della parte a breve della curva e un generale aumento dell’avversione al rischio sui mercati.

 

 

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