In assenza di una risoluzione della crisi medio-orientale i mercati azionari americani proseguono al rialzo grazie al settore dei semiconduttori mentre gli europei hanno perso terreno la scorsa settimana, mancando di titoli tecnologici e risentendo maggiormente del Brent a quota 105 dollari al barile. Ancora fermi i mercati obbligazionari.
MERCATI OBBLIGAZIONARI
È proseguita anche la scorsa settimana la fase laterale dei mercati obbligazionari, che sembrano dibattuti tra il rialzo dei prezzi petroliferi e i segnali di rallentamento della congiuntura globale.
Il rendimento del Treasury decennale ha chiuso la settimana al 4,31% dal 4,24% del venerdì precedente (grafico in basso) e rimane all’interno di un trading range ridotto ormai da mesi. Quello del Bund ha chiuso al 3,00% e quello del BTP decennale al 3,08% dal 3,68% del venerdì precedente.

Le notizie provenienti dal Medio Oriente sono sempre poco risolutive, ma il risultato è comunque che il Brent ha chiuso la settimana a 105,3 dollari al barile ed è da due mesi su livelli elevati; anche se lo stretto di Hormuz riaprisse domani, ci vorranno mesi per riportare produzione e traffico ai livelli precedenti. Il Brent difficilmente scenderà in modo significativo nel breve termine e, se rimarrà ancora per settimane su questi livelli, inevitabilmente vedremo l’impatto sui dati dei prezzi al consumo: già il dato per l’Euro area a marzo è salito al 2,6% dall’1,9% di febbraio, e negli Stati Uniti dal 2,4% al 3,3%.
Dal fronte macro sono poi evidenti i problemi per i consumatori USA: venerdì l’Università del Michigan ha annunciato che l’indice di fiducia dei consumatori è sceso a 49,8, il minimo degli ultimi 70 anni, a causa sia dei rialzi dei prezzi della benzina sia delle aspettative di riduzione dell’occupazione. Al momento dati come le richieste di sussidi non sostengono questa ipotesi, ma i giganti tecnologici come Meta continuano ad annunciare licenziamenti significativi e soprattutto mancano nuove assunzioni.

Vedremo se nelle prossime settimane il mercato obbligazionario guarderà più all’aumento delle pressioni inflazionistiche o ai segnali di rallentamento della congiuntura.
Dal fronte macro, la prossima settimana: martedì è atteso dagli USA l’indice di fiducia dei consumatori di aprile calcolato dal Conference Board e mercoledì gli ordini di beni durevoli di marzo. Lo stesso giorno avremo l’inflazione tedesca e spagnola di aprile e giovedì quella italiana e francese. Venerdì sono attesi gli indici manifatturieri USA di aprile. Mercoledì è poi prevista la conclusione della riunione della Federal Reserve, ma non sono attese decisioni sui tassi.
MERCATI AZIONARI
Anche la scorsa settimana è stata contraddistinta dal rialzo dei titoli tecnologici americani e soprattutto di quelli legati ai microprocessori: l’indice SOX dei produttori di semiconduttori ha guadagnato il 12% nel corso della settimana e il 48% da inizio mese (grafico in basso), con Intel che è salita del 26% solo venerdì e dell’85% nel mese di aprile. Il titolo principale dell’indice, NVIDIA, si è riavvicinato al massimo storico di ottobre a 212 dollari.

Meno euforici gli altri settori: infatti il Dow Jones rimane sotto al massimo di febbraio, mentre l’S&P 500 ha guadagnato circa mezzo punto percentuale nel corso della settimana (grafico in basso). In ribasso gli indici europei, con il CAC francese che ha perso il 3,17% e Milano il 2,48%, mentre Tokyo ha guadagnato il 2,12% e Seul il 4,5% grazie a Samsung.

È difficile prevedere quando terminerà questa fase di rialzi esponenziali dei produttori di semiconduttori e quindi del Nasdaq; al momento continua a prevalere la positività in assenza di segnali di vendita, anche se siamo in condizioni di estremo ipercomprato.
Un primo segnale di cautela per l’S&P 500 sarebbe la discesa sotto il minimo della scorsa settimana, situato a quota 7045.
Prosegue la stagione delle trimestrali: lunedì, tra le altre, è attesa quella di Verizon; martedì quelle di Coca-Cola e Visa. Mercoledì avremo quelle dei giganti tecnologici Meta, Alphabet, Microsoft e Amazon. Giovedì toccherà ad Apple, Mastercard ed Eli Lilly, e venerdì ai petroliferi ExxonMobil e Chevron.